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PONTIFICIO CONSIGLIO DELLA GIUSTIZIA E DELLA PACE

NOTA DELLA SANTA SEDE
SU FINANZA E SVILUPPO
ALLA VIGILIA DELLA CONFERENZA PROMOSSA
 DALL'ASSEMBLEA GENERALE DELLE NAZIONI UNITE
A DOHA

 

Finanziamento e sviluppo

 

Importanza della Conferenza

1. La prossima conferenza internazionale su "Financing for Development to review the Implementation of the Monterrey Consensus", che si terrà a Doha dal 29 novembre al 2 dicembre 2008, rappresenta il punto di arrivo di un processo di revisione, promosso dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite e con il coinvolgimento della società civile, dei contenuti e dell'attuazione del Documento sul Finanziamento allo Sviluppo approvato nel 2002 a Monterrey - il cosiddetto "Monterrey Consensus". Quel documento includeva sei capitoli sulle grandi questioni essenziali per finanziare lo sviluppo: la mobilitazione delle risorse interne; i flussi di capitali privati; il commercio internazionale; gli aiuti pubblici allo sviluppo; la questione del debito estero; ultima ma non meno importante, la questione sistemica circa le modalità per dare forza e coerenza al sistema monetario, finanziario e commerciale globale a sostegno dello sviluppo. Secondo le procedure delle Nazioni Unite, i lavori di revisione hanno portato, nel corso dei primi mesi del 2008, alla stesura di una bozza di un nuovo documento (il "Doha Draft Outcome Document"), che viene via via discusso ed emendato, con l'obiettivo di poter concludere la Conferenza di Doha con un testo che raccolga il consenso di tutti i partecipanti.

A questo laborioso processo negoziale si è sovrapposto, negli ultimi mesi, il precipitare della crisi finanziaria globale originatasi nel mercato dei mutui subprime negli Stati Uniti. Nonostante la sua lunga gestazione, all'inizio di settembre la crisi si è estesa fino a coinvolgere nuovi comparti del sistema finanziario e a mettere in difficoltà un numero crescente di Paesi, la cui situazione finanziaria, in assenza dello shock esterno, non sembrava presentare problemi di sostenibilità. Al rialzo dei prezzi agricoli ed energetici verificatosi nei primi mesi del 2008, dunque, si è aggiunta una crisi finanziaria per certi versi drammatica, con conseguenze assai negative: soprattutto il tema del finanziamento allo sviluppo rischia di essere messo in secondo piano.

2. In questa situazione, risulta indispensabile che i Governi e le istituzioni finanziarie internazionali agiscano per contrastare il diffondersi ulteriore dell'attuale crisi finanziaria: infatti, molti Paesi hanno introdotto decisioni radicalmente opposte alla tendenza, prevalente fino a un passato recente, di affidare il funzionamento del mercato finanziario alla sua capacità di autoregolamentazione.

In sostanza, i Governi dei Paesi colpiti dalla crisi hanno adottato una varietà di provvedimenti che comportano un massiccio ritorno del settore pubblico in quegli stessi mercati finanziari che, negli ultimi decenni, erano stati deregolamentati, privatizzati e liberalizzati. Poiché un'azione politica di questa portata ha maggiori probabilità di successo se i Paesi non procedono in ordine sparso, ma se coordinano le loro iniziative, per il 15 novembre è stato convocato d'urgenza un summit dei grandi Paesi: il cosiddetto G-20, con la partecipazione di significativi Paesi emergenti. Dal momento che il G-20 si è svolto due settimane prima della Conferenza di Doha promossa dalle Nazioni Unite, i moltissimi Paesi che non hanno partecipato al summit temono, non senza una qualche ragione, che il primo evento, che ha coinvolto soltanto un gruppo ristretto di Paesi ma ha attratto tutta l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale, possa privare di impatto politico la Conferenza di Doha.

Ci sono dunque due grandi appuntamenti mondiali, molto ravvicinati, con un oggetto simile - la finanza e la sua crisi, la finanza e lo sviluppo - anche se caratterizzati da significati politici e funzioni molto differenti. Entrambi gli incontri mantengono la loro importanza.

L'auspicio di tutti è che comunque i Paesi che si sono riuniti a Washington il 15 novembre tengano in debito conto la Conferenza di Doha e ne favoriscano la buona riuscita. Essa ha, infatti, non solamente lo scopo di giungere a un formale consenso intergovernativo sui sei grandi temi già presenti nel "Monterrey Consensus", ma anche quello di maturare progressivamente un comune sentire, una valutazione condivisa su quelle che vengono identificate come questioni emergenti in materia di finanza per lo sviluppo.

Se è indispensabile far fronte, anche sul piano politico, alle emergenze finanziarie che si presentano, è altrettanto importante guardare con attenzione al quadro complessivo e alle connessioni fra i problemi, non solo dal punto di vista dei Paesi economicamente importanti, ma dentro una prospettiva tendenzialmente globale. Non sempre la cosa più urgente è anche la più importante! Anzi, riordinare le priorità è tanto più necessario quanto più la situazione si è fatta difficile.

È indubbio che si è giunti all'emergenza finanziaria di oggi dopo un lungo periodo nel quale, pressati dall'obiettivo immediato di perseguire risultati finanziari a breve, si sono trascurate le dimensioni proprie della finanza: la sua vera natura, infatti, consiste nel favorire l'impiego delle risorse risparmiate là dove esse favoriscono l'economia reale, il bene-essere, lo sviluppo di tutto l'uomo e di tutti gli uomini (Paolo VI, Populorum progressio, 14). La Conferenza di Doha è dunque un'occasione che la comunità internazionale non deve perdere per rimettere al centro questioni di fondo importantissime per il bene comune dell'umanità: il finanziamento allo sviluppo è una di queste.

Le grandi questioni sollevate dal "Draft Document"

3. In riferimento al "Draft Document", sembra opportuno considerarlo tenendo presente le due facce dell'attuale crisi finanziaria, ossia l'emergenza che si è originata nei mercati sviluppati da un lato e la situazione di cronica inadeguatezza di risorse destinate a sostenere lo sviluppo dall'altro: entrambe sollevano una ineludibile questione morale.

In un momento di crisi, come quello attuale, è appropriato porre domande che, quando tutto sembra andare bene, sarebbero trascurate o irrise. Come mai si è arrivati a questa disastrosa situazione, dopo un decennio in cui si sono moltiplicati i discorsi sull'etica degli affari e della finanza e in cui si è diffusa l'adozione di codici etici? Come mai non è stato dato sufficiente peso al verificarsi di episodi che avrebbero dovuto far riflettere?

La risposta a queste domande non può non mettere in evidenza come la dimensione etica dell'economia e della finanza non è un qualcosa di accessorio, ma di essenziale e deve essere costantemente tenuta in considerazione e incidere realmente se si intende perseguire dinamiche economiche e finanziarie corrette, lungimiranti e feconde di progresso.

In questa prospettiva, la dottrina sociale della Chiesa, con la ricca varietà dei suoi principi morali, può e deve dare un contributo di realismo e di speranza sia alle questioni oggi sul tappeto, quali la crisi finanziaria, sia alle questioni che, pur essendo di importanza vitale per la gran parte del mondo, non ricevono l'attenzione che meritano. Si tratta della necessità di un nuovo patto per rifondare il sistema finanziario internazionale; della questione dei centri finanziari "offshore" e del nesso fra finanziamento dello sviluppo e fiscalità; del mercato finanziario e delle regole; del ruolo della società civile nel finanziamento dello sviluppo.

Un nuovo "patto" finanziario internazionale

3.a L'attuale crisi finanziaria è essenzialmente una crisi di fiducia. Ormai si riconoscono fra le cause della crisi sia l'eccessivo uso della "leva" finanziaria da parte degli operatori, sia l'inadeguata considerazione degli elementi di rischio che essa comporta. Soprattutto, si riconosce lo scollamento fra la necessità che la finanza svolga la sua funzione "reale" di ponte fra il presente e il futuro, e l'orizzonte temporale di riferimento degli operatori, sostanzialmente appiattito sul presente. In altre parole, la crisi finanziaria globale ha reso urgente la riflessione e l'azione sul sesto punto del "Draft Document", ossia sulle questioni sistemiche.

Siamo di fronte alla necessità di una semplice revisione, o di una vera e propria rifondazione del sistema delle istituzioni economiche e finanziarie internazionali? Molti soggetti, pubblici e privati nazionali e internazionali, richiedono una sorta di nuova Bretton Woods. Al di là dell'espressione utilizzata, la crisi ha indubbiamente riportato in primo piano l'urgenza di individuare nuove forme di coordinamento internazionale in materia monetaria, finanziaria e commerciale.

Oggi appare chiaro che la sovranità nazionale è insufficiente; persino i grandi Paesi sono consapevoli del fatto che non è possibile raggiungere gli obiettivi nazionali contando unicamente sulle politiche interne: accordi, regole e istituzioni internazionali sono assolutamente necessari. Occorre evitare che si inneschi la catena del protezionismo reciproco; piuttosto si devono rafforzare le pratiche di cooperazione in materia di trasparenza e di vigilanza sul sistema finanziario. È persino possibile raggiungere soluzioni di "sovranità condivisa", come dimostra la storia dell'integrazione europea, a partire dai problemi concreti, dentro una visione di pace e di prosperità, radicata in valori condivisi.

Anche nel ridisegnare le politiche e le istituzioni internazionali si apre dunque una questione morale di grande rilevanza. In particolare, è importante che il pur necessario confronto politico fra i Paesi "più ricchi" non porti a soluzioni basate su accordi esclusivi, ma rilanci uno spazio di cooperazione aperto e tendenzialmente inclusivo. Tale spazio inclusivo di cooperazione è particolarmente rilevante in materia di finanza per lo sviluppo.

I flussi finanziari che connettono i Paesi sviluppati coi Paesi a basso reddito presentano almeno due elementi paradossali. il primo è rappresentato dal fatto che nel sistema globale sono i Paesi "poveri" a finanziare i Paesi "ricchi", che ricevono risorse provenienti sia dalle fughe di capitale privato, sia dalle decisioni governative di accantonare riserve ufficiali sotto forma di attività finanziarie "sicure" collocate nei mercati finanziariamente evoluti o nei mercati "offshore". Il secondo paradosso è che le rimesse degli emigrati - cioè della componente meno "liberalizzata" dei processi di globalizzazione - comportano un afflusso di risorse che, a livello macro, superano largamente i flussi di aiuto pubblico allo sviluppo. È come dire che i poveri del "Sud" finanziano i ricchi del "Nord" e gli stessi poveri del "Sud" devono emigrare e lavorare al "Nord" per sostenere le loro famiglie al "Sud".

I centri finanziari "offshore"

3.b Per realizzare questo nuovo patto finanziario internazionale, un primo passo necessario è quello di considerare attentamente il ruolo, nascosto ma cruciale, del sistema finanziario "offshore" nelle due facce dell'attuale problematica finanziaria globale sopra descritta: l'emergenza della crisi globale e l'inadeguatezza della finanza per lo sviluppo.

I mercati "offshore" sono stati un anello importante sia nella trasmissione dell'attuale crisi finanziaria, sia nell'aver sostenuto una trama di pratiche economiche e finanziarie dissennate: fughe di capitali di proporzioni gigantesche, flussi "legali" motivati da obiettivi di evasione fiscale e incanalati anche attraverso la sovra/sottofatturazione dei flussi commerciali internazionali, riciclaggio dei proventi di attività illegali. Le stime dell'ammontare della ricchezza detenuta nei centri "offshore" sono di difficile valutazione, ma abbastanza impressionanti se si confermassero le informazioni in circolazione: si dice che una vasta schiera di gruppi e individui deterrebbero applicazioni finanziarie nei centri "offshore" che potrebbero rendere circa 860 miliardi di dollari all'anno e che corrisponderebbero a un mancato introito fiscale di circa 255 miliardi di dollari: più di tre volte l'intero ammontare dell'aiuto pubblico allo sviluppo da parte dei Paesi dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse).

Poiché il finanziamento pubblico allo sviluppo non può che venire dal prelievo fiscale, questo diventa quanto meno critico in epoca di globalizzazione. Infatti, i processi di globalizzazione hanno spostato la composizione della tassazione non solo da diretta a indiretta (con la probabile conseguenza di una minore "progressività" delle imposte, cioè di una minore capacità di pesare percentualmente di più su coloro che dispongono di redditi più elevati), ma soprattutto hanno comportato uno spostamento dalla tassazione del capitale alla tassazione del lavoro.

Si erode il prelievo fiscale sulle attività imprenditoriali più grandi e più mobili in campo internazionale o che possono facilmente ricorrere ai centri "offshore". Si tassano invece maggiormente i fattori produttivi meno "mobili" e che difficilmente possono sfuggire all'onere fiscale, e cioè i lavoratori e le piccole imprese.

Questi punti sono politicamente molto complessi. Affrontarli significa andare a incidere direttamente sulla sfera della sovranità fiscale nazionale. Il "Draft Document" ne parla e, al punto 10, propone di rafforzare la cooperazione internazionale in materia fiscale, soprattutto in vista di un drastico ridimensionamento delle pratiche finanziarie "offshore".

Regolamentazione del mercato finanziario

3.c La crisi attuale è maturata in un contesto decisionale in cui l'orizzonte temporale degli operatori finanziari era estremamente breve e in cui la fiducia - ingrediente essenziale del "credito" - era più riposta nei meccanismi del mercato che nelle relazioni fra partner. Non a caso, la fiducia è venuta meno proprio nel comparto che era ritenuto "sicuro" per antonomasia, ossia le transazioni interbancarie; ma senza questa fiducia si blocca tutto, inclusa la possibilità di normale funzionamento delle imprese produttive. Le crisi finanziarie e le loro conseguenze hanno, infatti, come componente l'aspettativa che il clima finanziario peggiori. Tutto ciò induce gli operatori a comportarsi in un modo che rende più probabile il peggioramento effettivo della situazione con un prevedibile effetto cumulativo. Con la crisi, è venuta improvvisamente meno la fiducia fideistica riposta nel mercato, inteso come meccanismo capace di autoregolarsi e di generare sviluppo per tutti.

La situazione attuale è di emergenza, perché si è rimandato di affrontare alcune questioni importanti: la tracciabilità dei movimenti finanziari, la rendicontazione adeguata delle operazioni sui nuovi strumenti finanziari, l'accurata valutazione del rischio. Talune autorità, specie dei Paesi finanziariamente più evoluti, hanno rimandato scelte puntuali, mossi dai vantaggi economici che derivano dall'ospitare una forte industria finanziaria, vantaggi che durano quanto dura la fase di euforia finanziaria.

Le stesse istituzioni finanziarie internazionali non sono dotate del mandato e degli strumenti necessari per affrontare con tempestività tali questioni. In genere si è ritenuto che bastasse il "mercato" a dare il giusto prezzo al rischio.

I mercati finanziari non possono operare senza fiducia; e senza trasparenza e senza regole non ci può essere fiducia. Il buon funzionamento del mercato richiede dunque un importante ruolo dello Stato e, dove appropriato, della comunità internazionale nel fissare e nel far rispettare regole di trasparenza e di prudenza. Si deve ricordare, però, che nessun intervento di regolazione può "garantire" la sua efficacia a prescindere dalla coscienza morale ben formata e dalla responsabilità quotidiana degli operatori del mercato, specie degli imprenditori e dei grandi operatori finanziari.

Le regole di oggi, essendo disegnate sull'esperienza di ieri, non necessariamente preservano dai rischi di domani. Così, se anche esistono buone strutture e buone regole che aiutano, occorre ricordare che da sole non bastano, l'uomo non può mai essere cambiato o redento semplicemente dall'esterno.

Occorre raggiungere l'essere morale più profondo delle persone, occorre una reale educazione all'esercizio della responsabilità nei confronti del bene di tutti, da parte di tutti i soggetti, a tutti i livelli: operatori finanziari, famiglie, imprese, istituzioni finanziarie, autorità pubbliche, società civile.

Questa educazione alla responsabilità può trovare un fondamento solido in alcuni principi indicati dalla dottrina sociale, che sono patrimonio di tutti e base di tutta la vita sociale: il bene comune universale, la destinazione universale dei beni, la priorità del lavoro sul capitale.

In fondo, la crisi finanziaria è l'esito di una prassi quotidiana che aveva il suo caposaldo nella assoluta "priorità del capitale" rispetto al lavoro - incluso il lavoro, alienato, degli stessi operatori finanziari (ore di lavoro lunghissime e stressanti, orizzonte temporale di riferimento per le decisioni cortissimo). È anche l'esito di una prassi distorta per cui si presta più volentieri a chi è "troppo grande per fallire" e non a chi si assume il rischio di creare reali occasioni di sviluppo.

Ruolo della società civile nel finanziamento allo sviluppo

3.d La finanza per lo sviluppo richiede di mettere a tema sia l'aiuto pubblico allo sviluppo, sia il ruolo degli altri attori: persone, imprese, organizzazioni. In particolare, la società civile non solo svolge un importante ruolo attivo nella cooperazione allo sviluppo, ma essa riveste un ruolo significativo anche nel finanziamento dello sviluppo. Lo fa, innanzitutto, attraverso la contribuzione volontaria da persona a persona, come nelle rimesse degli emigranti, o tramite forme organizzative relativamente semplici (si pensi all'adozione a distanza). Ci sono poi le risorse per lo sviluppo messe in moto dalle imprese, nell'esercizio attivo della propria responsabilità sociale; e quelle, talvolta assai cospicue, che vengono stanziate da parte di importanti Fondazioni.

Anche l'adozione di comportamenti responsabili in materia di consumo e di investimento costituisce una importante risorsa per lo sviluppo. Il diffondersi di tali comportamenti responsabili, dal punto di vista degli effetti materiali, può fare la differenza sul funzionamento di certi particolari mercati; ma la loro importanza risiede soprattutto nel fatto che essi esprimono una concreta partecipazione da parte delle persone - in quanto consumatori, in quanto investitori del risparmio familiare oppure in quanto decisori delle strategie aziendali - alla possibilità che i più poveri escano dalla loro condizione di povertà.

Crisi finanziaria e aiuti pubblici allo sviluppo

4. La preoccupazione per l'emergenza finanziaria che si è originata nei mercati maturi può effettivamente offuscare la necessità di mettere a fuoco la finanza per lo sviluppo. È ragionevole pensare che l'aiuto pubblico allo sviluppo, che proviene da stanziamenti di bilancio che ogni Paese stabilisce di anno in anno, soffrirà a causa delle ingenti risorse pubbliche necessarie a tamponare l'emergenza della crisi finanziaria. E questo è un male, indiscutibilmente. Un finanziamento dello sviluppo adeguato richiede un orizzonte di lungo periodo: è necessario che le risorse affluiscano in modo prevedibile, a condizioni favorevoli, per finanziare opere che talvolta richiedono molto tempo prima di recare beneficio alla popolazione locale.

Tuttavia, l'emergenza finanziaria legata al breve periodo e la "normalità" del finanziamento di lungo periodo sono strettamente connesse, in negativo ma anche in positivo: esiste, e va tenacemente ricercata, la possibilità di contribuire a una uscita sostenibile dalla crisi finanziaria, anche costruendo le condizioni perché i risparmi che si generano siano indirizzati davvero allo sviluppo, cioè alla creazione di occasioni di lavoro. Basta pensare a quanti bisogni insoddisfatti esistono, specie nei Paesi a basso reddito: quei bisogni sono l'altra faccia delle occasioni di lavoro che è possibile, quindi doveroso, creare.

Per dare altri elementi che possono sostenere la ragionevolezza di questa via "reale" di uscita dalla crisi "finanziaria", possiamo ricordare che le tre "crisi" del 2008 - la crisi alimentare, la crisi energetica e la crisi finanziaria - sono strettamente legate fra loro. L'aspettativa di prezzi crescenti dei prodotti agricoli ed energetici (aspettativa per certi versi fisiologica: si pensi alla maggiore domanda di cibo e di carburanti in Paesi come Cina e India) ha prodotto una corsa all'approvvigionamento e all'acquisto di "futures", cioè di promesse di consegna futura a un prezzo predeterminato. Questo comportamento, a sua volta, ha alimentato un rialzo dei prezzi che ha attratto non solo i futuri utilizzatori di prodotti primari, ma anche operatori finanziari che, in un'ottica puramente speculativa, hanno scommesso sulla possibilità di un ulteriore rialzo dei prezzi.

Ora, questi comportamenti rischiosi tendono a fiorire in modo abnorme quando nei mercati finanziari esiste molta - troppa - disponibilità di credito. Non è un caso che la crisi finanziaria attuale, che si manifesta innanzitutto come estrema difficoltà a ottenere credito, abbia portato con sé un calo dei prezzi dei prodotti primari e soprattutto del petrolio. Si capisce che, se è necessario far fronte ai problemi "uno per volta", è pericoloso farlo senza guardare lucidamente al quadro complessivo e alle connessioni fra i problemi stessi. La crisi finanziaria probabilmente "toglierà" risorse all'aiuto pubblico allo sviluppo; eppure, solo destinando risorse - pubbliche, ma anche private - allo sviluppo "vero" si potrà ricostruire un sistema finanziario sano, capace di rendere davvero, perché le risorse hanno realmente sostenuto il lavoro e l'economia.

Gli attuali investimenti diretti nei Paesi poveri

5. In generale, la gran parte degli investimenti esteri diretti continua a riguardare i Paesi avanzati, sia come provenienza sia come destinazione, anche se negli ultimi anni si sono osservati due fenomeni decisamente nuovi. Il primo è l'affermarsi di investimenti esteri diretti in uscita dai Paesi "emergenti", spesso motivati dall'obiettivo di rafforzare la presenza dell'impresa investitrice nella sua stessa macroregione - quindi, sono investimenti Sud-Sud, destinati a Paesi a medio o basso reddito. Il secondo riguarda la crescita significativa dei flussi di investimento transcontinentali destinati a taluni Paesi a basso reddito, normalmente dotati di importanti risorse minerarie o energetiche; alcuni di questi sono effettuati dai cosiddetti "fondi sovrani", e quindi presentano la duplice valenza di investimento economico e di importante legame geo-politico.

Il come agire per incrementare gli investimenti esteri diretti è l'oggetto del secondo capitolo del "Draft Document", che molto opportunamente sottolinea che occorre considerare attentamente anche gli aspetti qualitativi dell'investimento. Occorre infatti cautela prima di interpretare gli afflussi di capitale versi i Paesi come un segnale inequivocabilmente positivo, e quindi puntare a incrementarne semplicemente la quantità. In molti casi, si tratta effettivamente di importanti occasioni di crescita economica e di sviluppo sociale; in altri, non è così. Ci sono, infatti, investimenti che comportano il coinvolgimento e la formazione dei lavoratori locali, il trasferimento di tecnologia, la diffusione di pratiche manageriali responsabili; ma ci sono anche investimenti che si limitano a valorizzare le risorse minerarie a beneficio di pochi - dell'élite politica o economica locale - oltre che, naturalmente, dell'investitore straniero.

Cooperazione finanziaria per lo sviluppo

6. A seguito della Conferenza di Monterrey, sono stati compiuti alcuni significativi passi avanti, perseguendo talune delle direzioni indicate dal "Monterrey Consensus". Nella "Action against Hunger and Poverty", inizialmente promossa da alcuni Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo e successivamente fatta propria da numerosi altri Stati, sono state identificate diverse possibili fonti innovative di finanziamento: una tassa di solidarietà da applicare sulle tariffe aeree; la riduzione di quell'evasione fiscale resa possibile dall'esistenza di paradisi fiscali; la mobilitazione delle rimesse degli emigranti per lo sviluppo locale dei Paesi di destinazione con iniziative, per esempio, di microcredito; la tassazione delle transazioni in valuta e/o del commercio di armi; la creazione di strumenti innovativi di prestito quali la "International Financial Facility"; l'emissione da parte del Fondo monetario internazionale (Fmi) di diritti speciali di prelievo; la contribuzione volontaria associata all'utilizzo di carte di credito; l'investimento finanziario in "fondi etici"; la raccolta tramite lotterie di solidarietà.

Alcune di queste proposte sono state parzialmente attuate. È il caso del progetto pilota per il prelievo di solidarietà sulle tariffe aeree, già in esecuzione in alcuni Stati e destinato a un fondo per l'acquisto di farmaci contro malaria, tubercolosi e Hiv/Aids, gestito direttamente dalla Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). Sempre nel 2006, la proposta di creare una International Financial Facility si è tradotta nella attivazione della Iffi (Iff for immunization) cui ha aderito un certo numero di Paesi. Sostanzialmente, si è trattato dell'emissione di titoli pubblici internazionali che sono stati collocati sui mercati finanziari e hanno permesso di raccogliere risorse private per il finanziamento di programmi di vaccinazione. I Paesi che hanno emesso i titoli si fanno carico degli oneri per gli interessi e per la futura restituzione dei fondi ricevuti, impegnandosi reciprocamente a fornire risorse per lo sviluppo; questo impegno è effettivamente credibile, in quanto il suo eventuale venir meno esporrebbe i Paesi a una perdita di reputazione nei mercati finanziari internazionali da cui dipendono per il finanziamento dei loro disavanzi di bilancio. Tutte queste iniziative hanno in comune il fatto di svincolare il reperimento delle risorse finanziarie per lo sviluppo mediante tassazione dalle decisioni di bilancio pubblico dei singoli Paesi.

7. Nonostante i progressi, però, la cooperazione finanziaria per lo sviluppo rimane ancora un enorme problema. Inoltre, molti altri ambiti di azione inclusi nel "Monterrey Consensus" non hanno visto progressi di sorta; questo vale soprattutto a proposito delle questioni sistemiche e in particolare della coerenza delle politiche economiche internazionali. Si pensi, per esempio, al nesso fra le politiche di aiuto allo sviluppo e le politiche commerciali dei Paesi avanzati: le diverse forme di protezionismo palese o nascosto, così come le persistenti limitazioni all'accesso delle esportazioni dei Paesi poveri nei mercati dei Paesi ricchi, sono un ostacolo enorme allo sviluppo. Le politiche nazionali restano fortemente incoerenti: con una mano si dà, con l'altra si toglie.

Un'ultima, importante cautela: bisogna stare attenti a non confondere i mezzi (le risorse finanziarie) e il fine, ossia lo sviluppo. Non basta predisporre un ammontare adeguato di finanziamenti per pensare di ottenere, in modo meccanico, lo sviluppo. Esso non è tanto il "risultato" che si troverà alla fine, ma la strada che giorno per giorno viene tracciata dalle scelte concrete di molteplici attori: Governi donatori e riceventi, organizzazioni non governative, comunità locali. Per quanto riguarda l'aiuto pubblico allo sviluppo - l'oggetto principale della Conferenza di Doha, che coinvolgerà in primis gli Stati - si deve ricordare che la comunità internazionale ha recentemente affrontato, nella Conferenza di Accra, la questione della efficacia dell'aiuto (aid effectiveness).

Oggi, la tendenza preponderante è quella di considerare il canale "da Stato a Stato", il cosiddetto budget support, come la via più efficace per far arrivare risorse ai Paesi a basso reddito. Questa tendenza va guardata con una qualche preoccupazione, perché porta con sé il rischio di una "burocratizzazione" delle politiche nazionali di lotta alla povertà e di un ridimensionamento delle risorse disponibili per le varie forme di iniziativa sociale locale, sia da parte delle organizzazioni della società civile, sia da parte di realtà locali radicate nel territorio quali le faith based organizations.

Eppure, queste realtà sono le vere protagoniste dello sviluppo inteso come percorso da tracciare giorno per giorno. Africa e finanziamento dello sviluppo

8. Un'attenzione particolare al Continente africano, in cui la mappa dello sviluppo registra forti disparità, è doverosa. In Africa la situazione è diversa da Paese a Paese; anzi, si nota una tendenza alla polarizzazione fra le situazioni di successo nel reperire risorse e metterle a frutto, e situazioni di totale marginalità. Per esempio, solo pochi Paesi africani attraggono investimenti esteri diretti non esclusivamente interessati allo sfruttamento delle risorse minerarie o energetiche. Molto dipende dalla situazione interna a ciascun Paese; nei termini del "Monterrey Consensus": dalla capacità di mobilitare risorse interne e di lottare contro fughe di capitali, evasione fiscale, corruzione. Inoltre, è evidente che in situazioni di conflitto armato - numerose, purtroppo, in Africa - la dimensione economica dello sviluppo diventa semplicemente non proponibile.

Quanto al condono del debito estero, i progressi ci sono stati; tuttavia, le risorse per la cancellazione del debito raramente sono state addizionali rispetto ai flussi di aiuto e questo ha comportato degli effetti di ricomposizione dei bilanci pubblici senza un reale incremento delle risorse disponibili per le azioni di lotta alla povertà.

Due punti vanno opportunamente sottolineati. Uno riguarda le scelte di politica internazionale dei Governi africani: va sostenuta la crescente volontà di cooperazione internazionale Sud-Sud, in un continente dove acquisire una certa consuetudine alla cooperazione internazionale potrebbe contribuire a incanalare preventivamente i conflitti in uno spazio negoziale non cruento. La seconda riguarda le scelte di politica interna, in materia di lotta alla povertà e sviluppo: occorre essere convinti sostenitori della soluzione sussidiaria, che valorizzi e rafforzi le forme di risposta ai bisogni che nascono "dal di dentro" della società africana, la quale possiede un grande patrimonio di cultura solidale che sa esprimersi con una straordinaria forza di testimonianza.

L'esperienza di cooperazione internazionale allo sviluppo è ormai sufficientemente ampia da permettere di concludere che politiche e risorse "calate dall'alto" possono produrre effetti benefici immediati, ma da sole non forniscono risposte adeguate a come uscire, in modo sostenibile, dalla povertà. I principi di sussidiarietà e di solidarietà, tanto cari alla dottrina sociale della Chiesa, possono ispirare un autentico sviluppo nel segno di un umanesimo integrale e solidale.

Vaticano, 18 novembre 2008.